Escursioni tra le colline della Lombardia sud-occidentale: panorami che cambiano con le stagioni

All’alba, il Ticino sembrava trattenere il respiro. Ho varato il kayak vicino a Pavia mentre una bruma sottile si scioglieva tra i pioppi e, sollevando la pagaia dall’acqua, ho visto le prime colline stagliarsi come un’onda dolce dietro il fiume. È in questi passaggi di luce, tra rive e crinali, che la Lombardia sud-occidentale svela il suo ritmo: un alternarsi di stagioni che cambiano i colori, i profumi, persino il suono dei passi sul sentiero. Poco dopo, con lo sguardo ancora umido di riflessi, ho caricato lo zaino e preso la strada delle vigne.
Primavera sulle creste della Versa
In primavera la Val Versa è un quaderno nuovo. I filari si punteggiano di gemme, i ciliegi risvegliano il bianco latteo dei petali, e tra Canneto Pavese, Castana e Montescano le strade di crinale si fanno invito al cammino. Camminare qui significa seguire le curve di una frase ben scritta: dolci saliscendi, piccole capezzagne, muretti caldi al sole dove appoggiare la schiena e ascoltare il ronzio dei primi insetti. Dalle terrazze vitate, nelle giornate terse, si scorge la cupola del Duomo di Pavia come un’eco lontana della pianura.
Un anello classico parte da Broni, raggiunge Cigognola con il suo castello e scende verso Redavalle prima di chiudere il cerchio tra campi e vigne. È un percorso di mezza giornata, perfetto per chi arriva in treno e vuole allungare il passo tra i sapori: una sosta in cantina, un calice di Bonarda o una Croatina giovane, pane e salame per ritrovare il sale della terra. Lungo il cammino la cartellonistica locale segnala i versanti più assolati e le vigne storiche; un promemoria prezioso quando il vento di primavera torna a frusciare come mare in lontananza.
Estate al fresco del Ticino e nelle valli laterali
Quando la pianura splende e cuoce, il Ticino diventa un corridoio d’ombra. Le sponde sabbiose tra Zerbolò e Bereguardo, i boschi di pioppo e ontano, i canali laterali dove l’acqua scivola lenta offrono una tregua di luce filtrata. Io, che ho imparato a leggere i margini d’acqua remando lungo i navigli, qui sento la stessa grammatica liquida: correnti da rispettare, rive discrete, la possibilità di spegnere i passi nel riflesso di un cielo più ampio. A tratti, sulle spiaggette, l’estate si appoggia senza fare rumore.
Nel pomeriggio, il respiro si allunga in Val Staffora. Da Salice Terme il sentiero sale tra querceti e castagneti verso la Riserva del Monte Alpe; l’aria profuma di resina e di medicina antica. Sul tardi, quando le ombre si fanno lunghe, il rientro scivola leggero. Al paese, un piatto di agnolotti e una fetta di torta di nocciole riconciliano con la sera. L’acqua torna protagonista a ogni ponte, a ogni guado: una linea azzurra che collega la fatica dei crinali al riposo del fondovalle.
Autunno: vendemmie, nebbie e castagne
L’autunno nell’Oltrepò Pavese è una liturgia di colori. I versanti si incendiano di gialli profondi e rossi ramati, l’odore di mosto riempie le corti, la nebbia del Po risale come una marea lenta. È la stagione in cui vale la pena allungare fino alla Pietra Corva o spingersi verso il Penice, seguendo mulattiere che hanno portato sale e storie oltre l’Appennino. Dall’alto, la pianura sembra un mare di latte; le colline, isole precise in un arcipelago di vigne.
Nei giorni di vendemmia, i sentieri si fanno coro. A mezzogiorno, una trattoria lungo la Staffora diventa approdo: salame di Varzi DOP affettato spesso, formaggi caprini dell’alta valle, un risotto che profuma di funghi e di sottobosco. Le cantine aprono le porte, raccontano annate, spiegano i suoli. Un sorso di Pinot Nero affina i contorni del paesaggio, e l’ultimo tratto verso valle scorre come una pagina che non vorresti finire.
Inverno: linee nette, lumi bassi
L’inverno toglie e restituisce. Spoglia i filari e mette in scena l’ossatura del territorio, traccia confini nitidi tra campi e boschi, accende l’orizzonte di luci basse che induriscono le ombre. Intorno a Fortunago e Montalto Pavese i percorsi brevi offrono il meglio nelle ore centrali; l’aria punge, i passi scricchiolano, e all’improvviso, tra una curva e l’altra, l’arco alpino si apre come una quinta di teatro. Nelle giornate più terse il Monte Rosa appare vicino, disegnando sul cielo le sue geometrie di ghiaccio.
Giù in pianura, tra la confluenza della Staffora e il Po, il paesaggio acquatico si fa essenziale. Nei tratti più quieti del Ticino, dentro il perimetro del Parco Lombardo della Valle del Ticino, l’inverno regala cieli specchiati e avifauna di passaggio che ricama il margine dell’acqua. Camminare sugli argini solleva una memoria d’argilla e fatica, la stessa che ha modellato chiuse e canali, la stessa che ancora sussurra la rotta a chi si affida al fiume.
Tra fiumi e vigne: una cultura che scorre
Queste colline devono molto all’acqua. Le rogge che tagliano la Lomellina, i canali irrigui che sfumano i confini tra risaie e vigneti, l’eredità idraulica dei Navigli di Milano che ancora oggi insegna a misurare pendenze e pazienza. Anche i sentieri seguono quella logica: risalire una valle, toccarne la sorgente, scendere dall’altro versante come fa l’acqua quando trova una via. Non è un caso se molte tappe migliori si innestano vicino a un’ansa del Ticino o a un guado della Staffora, perché lì si concentrano storie, osterie, ponti e ponticelli che hanno tenuto insieme i paesi.
Nei fine settimana, un itinerario che amo parte da Pavia all’alba, quando il fiume è un nastro d’argento. Salgo in treno verso Stradella o Voghera, raggiungo una dorsale tra Val Versa e Scuropasso, e lascio che il cammino detti il calendario della giornata: il caffè al bar di paese, il pranzo in una cantina sociale, un tratto di cresta fino a rivedere il Po brillare a sud. Nel tardo pomeriggio, il ritorno in valle porta con sé le ultime ombre e un senso di quiete che somiglia al fiume quando cala il vento.
Come muoversi e cosa aspettarsi
Per chi arriva senza auto, Pavia, Stradella e Voghera sono i gangli di scambio migliori. Da lì, autobus locali e taxi portano verso i borghi di crinale, ma la soluzione più pratica spesso è partire a piedi dai fondovalle, seguendo i segnavia del CAI e i percorsi delle Strade del Vino. Le carte escursionistiche aiutano a leggere pendenze e tempi, e in ogni stagione vale la regola dell’acqua: portarne sempre, più di quanto si creda necessario. In estate la canicola chiede partenze anticipate; in inverno occorre luce piena e un occhio attento al meteo.
Le soste migliori si riconoscono all’odore: pane caldo in un forno di paese, una cucina che manda a dire con un soffritto lieve, il profumo di botte che esce da una porta semichiusa. Tra una valle e l’altra, l’enogastronomia è la bussola che orienta, mette in fila i ricordi, trasforma il panorama in gusto. È anche il modo più autentico per capire come le colline cambiano con le stagioni: ciò che finisce nel piatto è la stessa sostanza che si vede sui versanti, declinata di mese in mese, vendemmia dopo vendemmia.
Quando ripenso a quella mattina sul Ticino, alla bruma che si ritirava come una tenda, capisco perché torno sempre qui. Perché tra rive e crinali, tra un argine e un filare, si percorre la misura giusta delle cose. Camminare tra queste colline è come remare in acque amiche: il paesaggio guida, la stagione detta il passo, e l’arrivo somiglia alla partenza, con lo sguardo che si posa sul fiume e trova ancora una volta la direzione.

