Quali animali selvatici si possono incontrare nei parchi della Lomellina? Un’esperienza emozionante senza rischi

Allo spuntare dell’alba, pagaiando piano lungo una lanca del Ticino tra Zerbolò e Bereguardo, ho visto l’acqua schiarirsi come un vetro e un’ombra allungata staccarsi dal pioppo in controluce. Era un airone cenerino, che ha preso il vento in silenzio e, con due battiti esatti, ha oltrepassato il mio kayak. È in questi istanti che la Lomellina mostra il suo carattere segreto: un mosaico d’acqua e boschi dove la vita selvatica è di casa, e dove l’incontro emozionante non deve mai trasformarsi in rischio.
Dalle risaie alle lanche del Ticino: gli scenari migliori
La porta d’ingresso più naturale resta il Parco Lombardo della Valle del Ticino, che lambisce la Lomellina e custodisce lanche, greti ghiaiosi e boschi planiziali. Qui la corrente disegna anse tranquille dove, nelle ore di luce radente, persino un principiante può osservare la fauna con agio, dai salici di ripa alle sabbiose scarpate che in estate si punteggiano di nidi.
Pochi chilometri più a ovest, il cuore della Lomellina si apre in una griglia d’acqua: rogge, canali e risaie che in primavera si allagano come specchi. È un teatro ideale per gli ardeidi, che sfruttano carpe e ranocchie affioranti. Le testimonianze più preziose di questo legame tra acque alte e uccelli sono le garzaie, colonie di nidificazione che meritano grande rispetto e discrezione. La Riserva Naturale Garzaia di Celpenchio, nel territorio di Olevano di Lomellina, offre un itinerario perimetrale e punti di osservazione che evitano il disturbo diretto ai nidi. Poco più a sud, tra le risaie di Candia Lomellina, la Garzaia di Bosco Basso ripete lo stesso rito stagionale di frulli e richiami al crepuscolo.
Sui bordi del fiume, un luogo dal fascino speciale è la Riserva Integrale Bosco Siro Negri, nei pressi di Zerbolò, dove il bosco di pianura sopravvive con le sue querce e i suoi olmi come un manuale a cielo aperto. È area d’accesso regolamentato e richiede attenzione alle norme, ma anche un passaggio solo lungo i confini regala segnali di presenza animale: una pista di capriolo nel fango, le penne blu di un ghiandaia, il graffio di un cinghiale su una corteccia tenera.
Gli incontri più comuni: dal volo elegante degli aironi ai passi felpati dei mammiferi
Se c’è un simbolo della Lomellina, è l’airone. L’airone cenerino presidia argini e chiuse con la pazienza di un pescatore; la garzetta, più esile e nervosa, guada i filari d’acqua in coppie leggere; la nitticora, con l’occhio rosso e le ali compatte, è signora del crepuscolo. Nelle annate più favorevoli, tra le stoppie allagate può spuntare il cavaliere d’Italia, elegante nel suo contrasto bianco e nero, mentre un falco di palude, alto sul vento, scandaglia i bordi delle risaie con i dondolii larghi di chi conosce ogni piega della pianura.
Lungo le scarpate sabbiose del Ticino, specialmente tra Vigevano e Bereguardo, il gruccione scava cunicoli e punteggia l’aria di colori tropicali. È un incontro folgorante: il suo verde, arancio e turchese tradiscono la vita invisibile dei greti. Più basso, quasi a filo d’acqua, un lampo turchese e arancio segnala il passaggio del martin pescatore, che si posa sempre sul ramo più sorprendente, pronto a tuffarsi tra i riflessi.
La fauna terrestre si concede con maggiore parsimonia, ma i segni sono generosi. All’alba, i caprioli pascolano i margini delle radure e tornano rapidi all’ombra quando il sole si fa esplicito. La volpe attraversa i viottoli arginali con passo tranquillo, sia di giorno che di notte, mentre il tasso si riserva il buio più fitto per le sue uscite. Il cinghiale è presente e molto adattabile: ama i canneti e i boschetti umidi, e spesso lascia il terreno “arato” dal suo grufolare. A ridosso dei canali, le anse più quiete ospitano la testuggine palustre europea, che emerge sui tronchi alti per asciugarsi, e non è raro osservare, in piena estate, le natrici sfilare come righe d’acqua viva lungo i bordi erbosi.
Sotto la superficie, quando il Ticino torna limpido dopo le piene, si indovinano sagome rapide di cavedani e code possenti di lucci: non è solo suggestione per chi viaggia in kayak, ma un promemoria dell’equilibrio tra corrente, ghiaie e vegetazione riparia. Non mancano specie alloctone, come la nutria nei canali agricoli, che però non va mai alimentata né avvicinata: la convivenza responsabile inizia dal riconoscere che non tutti gli incontri devono diventare fotografie ravvicinate.
Molti di questi ambienti rientrano nella rete Natura 2000 e sono tutelati dalla Direttiva Uccelli, che protegge le zone di nidificazione e sosta. È un invito non solo alla prudenza, ma alla curiosità informata: conoscere le regole significa moltiplicare le opportunità di osservazione, perché lo spettacolo si ripete quando gli habitat sono rispettati.
Osservare senza rischi: tempi giusti, distanze e buone pratiche
Il primo segreto è il tempo. All’alba e al tramonto la fauna è più attiva, la luce è laterale e l’aria porta i suoni. In questi frangenti si riduce il disturbo anche lungo gli argini, perché le attività agricole sono minori e i sentieri più tranquilli. Il secondo segreto è la distanza: binocolo al collo e teleobiettivo se serve, ma nessun avvicinamento diretto ai nidi, alle tane o ai piccoli. Nelle garzaie l’ingresso è spesso vietato in primavera; i punti di osservazione sono pensati proprio per godere del passaggio senza entrare nel cuore della colonia.
Con i mammiferi, la regola è ancora più chiara. Se un cinghiale compare sul sentiero, ci si ferma e lo si lascia allontanare scegliendo una via laterale, mantenendo sempre una barriera di arbusti o spazio aperto; niente corse, niente urla, niente cani liberi. In generale, il guinzaglio è una garanzia per tutti, così come restare sui percorsi tracciati. Dove l’erba è alta, pantaloni lunghi e calze alte proteggono da zecche e rovi; vicino all’acqua, un repellente zanzare è un alleato indispensabile. Dopo le piene, i greti del Ticino cambiano volto: conviene informarsi sulle condizioni dei sentieri, rispettare eventuali chiusure e ricordare che l’acqua, in Po e Ticino, sale e scende con rapidità sorprendente.
Attrezzatura minima? Scarpe da trekking leggere o stivali in primavera tra le risaie allagate, cappellino e una borraccia. Il resto lo fa la pazienza. Fermarsi, ascoltare, leggere il paesaggio: i rumori raccontano molto, da un allarme di gallinella d’acqua alla pioggia sottile di gusci perlacei sotto una posatoia di aironi. Bastano venti minuti di silenzio, e la vita ricomincia come se non ci fossimo.
Itinerari e sapori: una giornata tipo tra Vigevano, Bereguardo e le garzaie
Una giornata ideale potrebbe cominciare all’osservatorio della Garzaia di Celpenchio, con il primo sole che accende i voli corti delle nitticore. Da qui, seguendo le strade bianche tra le risaie, si raggiunge Vigevano per una breve sosta in Piazza Ducale: un caffè con vista e, se è mercato, un panino con salame d’oca per tenere fede alla tradizione lomellina. A metà mattina, quando il fiume si scalda e i rapaci prendono quota, si può entrare nel Parco del Ticino dal lato di Bereguardo e raggiungere il ponte di barche, osservando la corrente che accelera sotto le campate mobili. D’estate, sulle sabbie poco a monte, non è raro che il gruccione tracci traiettorie acrobatiche sopra la testa.
Nel primo pomeriggio, lungo i percorsi ciclabili e pedonali tra Zerbolò e Pavia, conviene cercare zone d’ombra e lanche riparate. Se si ha fortuna, a Cascina Venara le cicogne bianche sorvolano i prati con becchettii regolari: sono una presenza che si è consolidata negli ultimi anni, segno di un equilibrio che torna. Per chi ama l’acqua lenta, un tratto di pagaiata in sicurezza con guide locali rende concreta la prospettiva del fiume, ma anche una passeggiata sugli argini restituisce la stessa grammatica di riflessi e odori.
La chiusura del cerchio è sempre a tavola, perché la Lomellina racconta se stessa in cucina. Un risotto al Carnaroli della zona, magari mantecato con cipolle di Breme quando è stagione, profuma dei campi attraversati poche ore prima. A Mortara, patria del salame d’oca, ci si concede un tagliere prima del rientro, mentre il crepuscolo scende e il naviglio Sforzesco, che da Vigevano punta al Ticino, si stende liscio come una promessa di prossime uscite.
Personalmente, resto affezionato al rito del ritorno in riva, quando il colore del fiume si fa rame e i rami bassi si popolano di sagome discrete. È lo stesso teatro incontrato all’alba, ma con la geometria capovolta: gli aironi rientrano alle garzaie, i caprioli scivolano tra i solchi, i gruccioni tacciono. E mentre ripongo la pagaia, so che l’emozione non è mai stata un azzardo. In Lomellina, basta rispettare il passo della natura per trovare, ogni volta, il proprio posto in prima fila.

